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Pillole di Editoria: Donne

DONNE E EDITORIA O EDITORIA DA DONNE?

Qualunque statistica riguardi i libri e le donne sembra avere un trend positivo. Le lettrici sono più dei lettori (49% contro 35,9%), le libraie più dei librai (addirittura 72% contro 29%), le ragazze che entrano in casa editrice dopo aver conseguito un Master il 65% contro il 35% della controparte maschile. Eppure, c’è ancora qualcosa che non quadra.

DONNE IN EDITORIA

Le redazioni sono popolate di donne. Una situazione molto diversa da quella che nell’immaginario collettivo associamo all’editoria “classica”, quella dei primi decenni del Novecento, del Dopoguerra, dove la cultura era appannaggio quasi esclusivamente maschile, con le dovute rare eccezioni. Eppure, in realtà non molto è cambiato. Infatti, se le redazioni pullulano di donne, ai piani alti la situazione peggiora drasticamente. Nel 2010, erano solo il 17% le donne ad alti livelli dirigenziali nel settore editoriale e nel 2017 siamo saliti a 22%. Bene, siamo saliti, direte voi leggendo. Però, il dato è generale e riguarda tutto il settore. Ciò significa che quel 22% comprende le donne che lavorano nelle case editrici medio-piccole come nei colossi editoriali e se nella fetta “indipendente” i numeri salgono molto (parliamo di un 49% di dirigenti donne), quando si rivolge lo sguardo ai big i numeri calano drasticamente.

Perché? Alle donne, pare, si suppone confaccia soprattutto il lavoro di “confezionamento” del libro, di cura degli scritti. Un po’ come si affida a loro il ruolo di curatrici nella società. Sia chiaro, senza redattori e redattrici non si farebbero i libri, ma perché alle donne sembra preclusa la capacità o la possibilità di accedere ai settori finanziari e dirigenziali? 

Senza toccare la sempreverde questione del reddito, la cui differenza tra uomini e donne si aggira intorno al 30%. Tuttavia, se crediamo di essere quelli che stanno peggio, dovremmo ricrederci. Negli Stati Uniti, l’85% dei nuovi entrati sono ragazze ma la differenza di reddito sale, arrivando quasi al 40%.

Ci sono anche alcune eccezioni interessanti, come la dirigenza quasi tutta femminile di Harper Collins. Specializzata in romanzi femminili, rientra in quel circolo vizioso delle donne-che-parlano-di-donne, di cui parleremo.

L’ANNOSA QUESTIONE DELLE SCRITTRICI

Ma saltiamo per un momento al di là della barricata e parliamo di chi i libri li scrive. Anche in questo caso, il trend sembra essere positivo. Le scrittrici sono il 38% del totale di chi scrive, in aumento rispetto agli anni precedenti, ma la maggior parte di loro sono relegate al settore rosa, ai romanzi cosiddetti “da ombrellone” e ai libri per l’infanzia. Bambini, sentimenti, romanticismo. Siamo sempre lì e lì sempre si finisce per parare. Questo mentre agli scrittori uomini sembra essere infusa un’aura di rispettabilità, di buon gusto, di serietà, anche nel caso in cui i loro lavori risultino essere benemerite ciofeche.

Fuori dalla nicchia rosa-young adult, che comunque attira una clientela principalmente femminile, le scrittrici sono sempre guardate con vago sospetto, forse in parte messe in difficoltà dalle copertine poco serie scelte per i loro romanzi dalle case editrici (e questo meriterebbe tutto un altro post a riguardo). Da libraia, ho avuto questa sensazione molto spesso. Il cliente medio, sia esso uomo o donna, suppone che il romanzo di un’autrice sia in qualche modo infarcito di “roba da femmine”, un lavoro un po’ frivolo, di qualità inferiore o, se di qualità, un prodotto peso, greve, pieno di dramma e di strazio interiore e privo di quella vitalità linguistica e intellettuale che invece, si sa, contraddistingue le opere maschili.

Siamo di fronte a stereotipi e schemi di pensiero così radicati dentro di noi che anche il più aperto lettore si trova a risentirne. Per fare una prova, date un’occhiata alla vostra libreria. Scommetto che non è divisa equamente, a meno di non andare sul versante fantasy-YA contemporaneo.

In effetti, basta uno sguardo ai banchi della vostra libreria: la narrativa di consumo è donna, la letteratura è da uomini. Sembra confermarlo l’andazzo dei premi letterari (di cui vi parlerò, che credetemi, c’è molto da dire): su 70 premi Strega, solo 10 sono andati a donne; su 54 Campiello, solo 13 a donne e dal 1953, cioè da quando è stato fondato, il premio Bancarella è stato assegnato a solo 9 donne.

Perché? 

Vale in tutto questo il fatto che, come in molti altri settori, anche nell’editoria le donne sono entrate relativamente tardi? Certamente, ma forse si trattava di una ragione più valida un paio di decine di anni fa. Per cui, lettori, vi sfido a trovare una risposta esauriente per il 2018.

Nel prossimo articolo vi parlerò di Donne che parlano di donne.

Fatemi sapere cosa ne pensate fino ad ora.

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